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20 novembre 2012

Dalla prigione di massima sicurezza

La lettera dal carcere di Breivik alla 'sorella' neonazista

Il killer di Utoya scrive a Beate Zschäpe, accusata dell'omicidio di nove immigrati: «Siamo martiri della rivoluzione conservatrice»
immagine documento Razzismo senza confini. I lupi solitari cercano di fare comunità? Verrebbe da pensarlo vista la notizia che arriva dal nord Europa. Lo stragista di Oslo Anders Behring Breivik ha scritto una lettera alla neonazista tedesca Beate Zschäpe, per esprimerle il suo sostegno e rivendicare la natura comune della loro «battaglia».
«Siamo entrambi dei martiri della rivoluzione conservatrice e tu dovresti essere estremamente orgogliosa dei tuoi sforzi. Tutti e due siamo tra le prime gocce di pioggia che ci indicano che un’enorme tempesta purificatrice si sta avvicinando all’Europa», spiega Breivik nella missiva che è stata intercettata dalle autorità del carcere di massima sicurezza di Ila dove è detenuto dal momento del suo arresto, e di cui il settimanale tedesco Spiegel ha pubblicato alcune parti.
Breivik, che è stato condannato alla fine di agosto a 21 anni di reclusione, il massimo della pena secondo il codice penale norvegese, per la strage compiuta il 22 luglio del 2011 tra il centro di Oslo e l'isola di Utoya e che costò la vita a 77 persone, mentre oltre 240 restarono ferite, si dice vicino all'unica esponente ancora in vita di un gruppo terroristico di estrema destra che ha seminato una scia di sangue in Germania tra il 2000 e il 2007.
Beate Zschäpe, che è ancora in attesa di processo nel carcere di Colonia e che si è sempre rifiutata di rispondere alle domande degli inquirenti, fu arrestata nel novembre dello scorso anno dopo che i suoi due complici, Uwe Mundlos e Uwe Bohnhardt si erano suicidati, perché prossimi all'arresto. Cresciuti nell'ambiente degli skinhead razzisti di Iena, nella regione della ex Ddr della Turingia, i tre avevano dato vita alla cosiddetta Nationalsozialistischer Untergrund, "Clandestinità Nazista", una banda responsabile dell'omicidio di nove immigrati e di una poliziotta, oltre che di una serie di attentati e rapine.


Malgrado l'apparente diversità ideologica - Breivik si è sempre presentato come un combattente della cristianità occidentale in guerra contro l'Islam e il multiculturalismo, mentre Zschäpe è esplicitamente una neonazista -, lo stragista di Oslo si rivolge alla donna come a «un'eroina della resistenza nazionale» e la chiama «Dear sister Beate!». «Sappi che il tuo sacrificio viene celebrato nell’Europa del nord da decine di migliaia di conservatori culturali», scrive Breivik che invita Zschäpe, come ha già cercato di fare lui nel tribunale di Oslo, a trasformare il suo processo in un'occasione di propaganda: «In quell'occasione (tramite i media) potrai guardare tantissima gente negli occhi mostrandogli tutto il tuo coraggio di combattente».
La lettera, composta di tre pagine, porta la data del 7 maggio di quest'anno, vale a dire nel periodo in cui si stava ancora svolgendo il processo per la strage di Oslo e Utoya. Beate Zschäpe non la riceverà mai. Chissà se però, ora che è stata resa pubblica dalla stampa tedesca, sceglierà di rispondere in qualche modo a Breivik rompendo così il silenzio che la accompagna fin dal momento del suo arresto.



commenti (1)

da magnagrecia inviato il 20/11/2012 alle 23:58
Riporto alcuni miei commenti redatti dopo la strage su un blog di “Repubblica”:

vincesko 30 luglio 2011 alle 15:03
Riporto il punto di vista di un imbecille, ché giudica Freud un imbecille.
P.S.: Per carità, forse non è lui la causa, ma io “interrogherei” il padre di Breivik…

Psichiatria: Fagioli, Breivik schizofrenico paranoide
Roma, 27 lug. (Adnkronos) 16:02
“In Breivik c’è un’onnipotenza di anaffettività. Queste persone non hanno rapporto interumano. Ad armarli è la perdita di ogni rapporto con la realtà umana. Vedono soltanto il male assoluto. E’ l’estremismo della ragione, questo radicalismo razionale che finisce nel fascismo nazismo”. Ad affermarlo è Massimo Fagioli, lo psichiatra ‘guru’ dell’analisi collettiva, in un’intervista al settimanale ‘Left’ in edicola venerdì 29 luglio. L’esperto individua gli aspetti patologici della personalità di Anders Behiring Breivik, autore della strage in Norvegia, e indaga le matrici ideologiche del gesto. “Sono convinto, vista tutta la preparazione, che questa sia schizofrenia paranoide – spiega Fagioli – c’è il delirio assurdo, mostruoso fuori da ogni realtà. A differenza della sindrome paranoicale, qui c’è la percezione delirante, per cui d’improvviso in un’altra persona si vede Satana”. Per Fagioli la culla di questa violenza fredda è da cercare nella cultura di destra. “Non bisogna dimenticare che il nazismo è nazionalsocialismo – avverte l’esperto – cioè spesso questi movimenti hanno una matrice popolare, di sinistra. Poi diventano delle dittature: lucide, fredde, pazze, come quelle di Hitler. E questa percezione delirante arriva alle conseguenze di eliminare il primo diverso, gli ebrei. Poi il secondo diverso, gli zingari. Di seguito il terzo diverso, i comunisti. Fino – chiosa – all’eliminazione di tutta l’umanità per restare da soli”. “Alla base c’è il fondamentalismo cristiano, quello che storicamente parte da Paolo di Tarso”, sottolinea Fagioli. In conclusione del suo intervento lo psichiatra dà una definizione storica di schizofrenia paranoide: “è una logica nettissimamente nazista, che passa per Spinoza, Hegel, Heidegger, Binswanger. Tutto quel filone di pensiero – conclude – per cui, banalizzando, si arriva a teorizzare che i malati di mente sono incurabili, quindi si possono ammazzare tutti, mezzo milione, così facciamo del bene alla nazione e a loro stessi”.
http://www.adnkronos.com/IGN/Daily_Life/Benessere/Psichiatria-Fagioli-Breivik-schizofrenico-paranoide_312288966986.html


vincesko31 luglio 2011 alle 22:12
@ Catarrite
Ho definito Massimo Fagioli un imbecille: anche se lo conosco poco, confermo.
Va da sé che inferire dal gesto di Breivik una grave psicopatologia è il minimo che si possa fare; ciò che però mi lascia molto perplesso è ricondurla come fa Fagioli ad una motivazione ideologica, senza precisare – grave per uno psichiatra – che invece questa è soltanto la conseguenza, l’abito di cui si veste la struttura psicologica, che è il frutto dei geni e dell’educazione. (Ho già scritto qui in passato che a mio avviso anche la scelta politica è conseguenza della struttura psicologica). Perciò io sopra – ed in relazione al suo ruolo di educatore – ho segnalato il possibile peso della figura paterna (ho soltanto ascoltata per radio la notizia, per me significativa come conferma, che si sia rammaricato che il figlio non si sia ucciso dopo aver compiuto la strage; ora da questa intervista ho appreso che egli è un diplomatico in pensione e che non vedeva il figlio da 15 anni
http://video.corriere.it/parla-padre-breivik/dd828fac-b756-11e0-bc88-662787a705c0

vincesko1 agosto 2011 alle 17:33
Sempre sul rapporto di Breivik col padre.
Mi va di ripetere qui le considerazioni che feci a proposito di Osama Bin Laden:
E’ stato amato poco, trascurato, poco stimato, per cui, per superare il suo terribile inferiority complex, ha cercato una rivalsa in un’attività eroica, per far parte della schiera di uomini eletti che possono ordinare l’assassinio non di una ma di migliaia di persone? (cfr. “Delitto e castigo”, dove costituisce uno dei “moventi” psicologici del delitto, e in “Guerra e pace”: per entrambi la figura di riferimento è Napoleone).
La differenza rispetto ad Osama è che Breivik ha provveduto alla strage con le sue proprie mani.

Breivik, viaggio nell’infanzia di un killer
«Non sento di essere suo padre. Come ha potuto andare lì e uccidere così tante persone innocenti, e pensare che tutto è ok? Avrebbe dovuto togliersi la vita anche lui». Così Jens David Breivik, il padre di Anders Behring Breivik, autore del duplice attentato del venerdì scorso in Norvegia. In un’intervista al quotidiano svedese Expressen il padre di Breivik ha raccontato di aver saputo degli attacchi da internet: «Non potevo credere ai miei occhi, la notizia mi aveva paralizzato, non potevo capirlo».
Jens, che è stato diplomatico all’ambasciata norvegese a Londra, è ora in pensione e vive a Cournanel, un piccolo villaggio nel sudovest della Francia. «Dovrò vivere con questa vergogna per il resto della mia vita, la gente mi collegherà sempre a lui», ha detto l’uomo, aggiungendo di non aver avuto contatti con il figlio da quando quest’ultimo ha compiuto 16 anni nel 1995. Ha poi aggiunto che è stato il figlio a voler troncare i contatti e ha detto: «Non abbiamo mai vissuto insieme, abbiamo avuto solo qualche contatto quando era bambino, fino al 1995. Da piccolo era un ragazzo normale, ma solitario. Non era affatto interessato alla politica».
A dispetto della sua rigida morale sessuale, che lo portava a stigmatizzare i comportamenti sessuali altrui e i ‘numerosi partner’ avuti dalla madre e dalla sorella, Anders Behrig Breivik progettava di «festeggiare» la sua imminente operazione «di martirio» con una bottiglia francese di Chateau Kirwan del 1979 e due «prostitute di alto bordo». […].
25 luglio 2011
http://www.unita.it/mondo/il-padre-di-breivik-avrebbe-dovuto-togliersi-la-vita-1.317073

http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2011/07/18/i-miracoli-di-don-verze/



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