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19 ottobre 2012

Quell’idea di D’Alema del partito

«Gruppo dirigente»: due parole, un’espressione che continuamente usiamo e ascoltiamo come fosse ovvia, neutra. Non è così. L’idea di “gruppo dirigente” qualifica il carattere complessivo di una organizzazione; in particolare di una organizzazione politica, di un partito.
Il “gruppo dirigente” (d’ora in avanti Gd) non è solo un insieme di persone che svolgono funzioni dirigenti, che siedono in “organismi dirigenti”; è una entità con consistenza e funzione propria, che trascende i singoli che ne fanno parte. I quali, infatti sono indicati come “membri” o “componenti” del Gd.
Questa entità ha un suo specifico carisma; ad esso è affidata la continuità e la efficacia dell’azione di un partito che ha una finalità, una missione che vanno al di là della politica. È lì che si prendono le decisioni ultime, che si dirimono i contrasti; lì si decide la “linea”.
Nel Gd si entra non solo (e non tanto) per voti ed elezioni, ma per processi più profondi, più “sostanziali”; per meriti e riconoscimenti non riconducibili a decisioni formali; fra Gd e organismi dirigenti non c’è sempre né necessariamente coincidenza. Una volta entrati, sostanzialmente non formalmente, nel “gruppo dirigente” non se ne esce più; se non per una rottura che porta ad una esclusione e/o autoesclusione irreversibile.
Il Gd non è incompatibile con un “capo” o un “primo”, che è, anzi, riconosciuto e rispettato; ma anche il “capo” (o “primo”) riconosce e rispetta il Gd. Il Gd non esclude la democrazia nell’organizzazione; anzi, la promuove e la guida. Questa democrazia “governata” anziché “governante” è non solo accettata, ma gradita agli aderenti che condividono motivazioni e finalità di cui il Gd è depositario. Anche il rinnovamento (dei quadri, delle idee, oltre che dei membri del Gd stesso) è compatibile con il Gd; che, anzi, lo stimola, lo orienta, lo decide.
Il Gd gestisce, amministra l’organizzazione, il partito e – nello stesso tempo – lo garantisce e lo rappresenta. Un partito imperniato sul Gd una sola cosa esclude nel modo più assoluto: la contendibilità. Tutto si regola all’interno dello stesso Gd; se si trova una composizione, bene, altrimenti c’è la rottura. C’è chi sostiene che un partito imperniato su un Gd è più serio, più efficiente. Non è vero: in generale, e neppure per i partiti di sinistra, come dimostrano le varie esperienze europee. Tuttavia, in Italia, il modello di partito nel quale si è identificata – per decenni – gran parte della sinistra, il Pci, si è imperniato proprio su un forte Gd.
Sarebbe stupido ignorare quanto grandi e numerose siano le differenze, le distanze dell’odierno Pd rispetto al Pci. Tanto più, quindi, colpisce che perduri un punto di continuità, proprio nel prolungarsi dell’idea, della cultura, direi perfino del mito del Gd; come se questo fosse, appunto, un sigillo che garantisce la serietà del partito, il suo essere davvero “di sinistra”.
Non sorprende che questo punto di vista sopravviva in coloro che provengono dal Pci. Meno comprensibile è invece negli altri, che hanno alle spalle esperienze diverse; i quali, invece, si sono non solo acconciati a quel modello di partito, ma ne sono, spesso, i più convinti sostenitori.
Il nocciolo della questione che agita oggi il Pd – fra primarie e candidature – è tutta qui; non riguarda tanto la sorte di persone che fanno parte (o pretendono di far parte) del Gd, ma la cultura, la concezione politica che si organizza intorno all’idea di Gd.
Tutto quel che accade ruota esattamente intorno a questo punto sensibilissimo. Renzi non c’entra niente con il Gd; ciò nonostante osa lanciare la sfida per la leadership del partito: di questo, infatti si tratta, e non della candidatura a premier che – oltre tutto – non è nella disponibilità delle forze che prendono parte a questa contesa. È il motivo vero per cui queste primarie vengono considerate scandalose; invadono, infatti, uno spazio riservato per definizione.
Nessuno fece un dramma quando lo stesso Renzi entrò in lizza per la “nomination” a sindaco di Firenze. Del resto, quasi tutte le primarie locali (da Milano a Palermo, da Napoli a Genova) si sono risolte con uno smacco per i candidati ufficiali del partito. Ma quelle, appunto, non investivano il “santuario”, non miravano a contendere la guida nazionale del partito.
Anche il gran rumore sulle candidature ha questo stesso significato: la posta non è la presenza in parlamento, bensì la sopravvivenza ideale e pratica del Gd, di un partito che sia strutturato sulla esistenza di un Gd.
Con il suo annuncio Veltroni si è dissociato, per la prima volta, dalle pratiche e dai riti del Gd; ha preso una decisione sua, personale: punto e basta. Per questo ha suscitato tanta emozione.
Lo stesso significato – al contrario – ha il comportamento di D’Alema. Ha detto che era orientato a non ricandidarsi, che ha tante cose da fare, che gli interessa fare, per le quali la presenza in parlamento non è affatto necessaria. Ha aggiunto di aver cambiato idea di fronte all’offensiva del “rottamatore” Renzi; una offensiva che respinge per ragioni ideali e politiche ben più che personali. Ha infine concluso, ospite dalla Gruber mercoledì sera, che se Bersani vincerà nelle primarie non chiederà la proroga prevista dallo statuto; quindi – sempre a norma di statuto – non sarà ricandidato. Dovesse, invece, prevalere Renzi, allora sarà battaglia senza quartiere e su tutto; e la questione della ricandidatura diventerebbe – evidentemente – del tutto residuale.
Io sono convinto che D’Alema sia sincero, dica cioè quello che sente e pensa veramente: che sia assolutamente determinato a difendere una idea, una concezione del partito e della politica per lui essenziali; che ha al centro esattamente la funzione del Gd.
Se è questa, come credo, la materia del contendere, non si può però esorcizzarla insistendo più che tanto sulla figura di Renzi, o manifestando sdegno per la superficiale volgarità della parola “rottamazione”.
Diciamolo con le parole nobili della teoria e della scienza politica. Il Pd deve sciogliere un nodo strategico, che non può essere ridotto alla misera polemica su chi accantonare, su chi non ricandidare. La domanda è ben più impegnativa: il Pd vuole concepirsi, presentarsi funzionare ancora come un partito incardinato sul Gd, con le inevitabili conseguenze che ne derivano, vale a dire “democrazia guidata” “politica elitaria”, leadership del partito non effettivamente contendibile, o vuole ricercare, sperimentare realizzare un diverso modello di partito?
Scegliere, in questo bivio, la seconda strada non significa finire nell’anarchia e nell’impotenza. Il Pd diventerebbe un partito simile a tutti quelli presenti nelle democrazie europee, in particolare a quelli della sinistra.
Avrebbe dirigenti che si avvicendano, che hanno e assumono responsabilità, che rispondono democraticamente delle loro azioni, che convergono o divergono fra loro in modo motivato e trasparente e – quando necessario – si danno apertamente battaglia. Tutto questo non comporta l’esistenza di un Gd. Anzi, la ideologia del Gd ostacola e rende opaca proprio questa fisiologia.
Dal modo in cui questo nodo sarà sciolto dipende se il Pd avrà un futuro: come Partito democratico e come partito adatto a questi tempi e alle persone che in questi tempi vivono.

commenti (9)

da Marco Panza inviato il 19/10/2012 alle 9:48
Difficile, purtroppo, che venga abbandonata la mentalità del centralismo democratico che reggeva il PCI!!

da Nuccio inviato il 19/10/2012 alle 13:59
Giusta l'analisi della differenza tra GD ed organismi dirigenti, tra GD e partito contendibile. E per me le risposte corrette sono le seconde. Però Renzi non solo non riconosce e non accetta il GD (e questo va bene), ma non riconosce e non accetta neanche gli organismi dirigenti e come ha detto Reggi un pensierino alla creazione di un altro partito ce l'ha fatto pure. Il suo limite è questo, mentre il suo approcio liberal come orientamento politico della linea del partito sta a pieno titolo dentro la cultura del PD.

da Antonio inviato il 19/10/2012 alle 14:46
Nell'articolo, accanto ad una condivisibile analisi della funzione e natura del gruppo dirigente, è presente una evidente distorsione ideologica che parte dallo pseudo-concetto che il Pci non fosse democratico; qualcuno ha presente la figura politica di Giorgio Napolitano? Egli faceva parte della giovane generazione del gruppo dirigente di Togliatti, così come D'Alema della generazione giovane di quello di Berlinguer. Il Pci promuoveva e portava a maturazione politica i giovani, assicurando così al tempo stesso democraticità sostanziale della decisione politica ed un personale politico di prim' ordine.Altro assunto ideologico: il partito delle primarie sarebbe democratico. Ma un partito è più democratico se i propri membri sono chiamati una volta ogni tanto a votare il leader o se promuove la parteciapzione degli aderenti alla politica? Petruccioli ricorda il paradosso della democrazia solo rappresentativa di Rousseau? Infine: la contendibilità: persino terminologicamente proviene dal linguaggio d' impresa: le aziende sono contendibili, i partiti devono essere rappresentativi! Il modello ideologico di riferimento di Petruccioli e non solo, è degradato alla equivalenza tra mercato e partito politico: con la conseguenza della scomparsa della decisione politica possibile - quella democratico rappresentativa - nella crisi dell' economia e della finanza.
quando si dice il tradimento dei chierici...

da magnagrecia inviato il 19/10/2012 alle 16:30
1) D’accordo col discorso sull’influenza della cultura del GD, ma naturalmente c’è anche una forte influenza del dato caratteriale, come s’è visto dal differente comportamento di Veltroni e D’Alema.
2) La contendibilità trasposta ai partiti politici potrebbe voler significare “semplicemente”: a) la piena attuazione dell’art. 49 Cost. sul funzionamento dei partiti “con metodo democratico”; b) l’assenza di barriere alla partecipazione, frapposte dai ras politici locali (o anche nazionali per i circoli on-line), mediante l’assenza o il mancato funzionamento dei circoli ed il filtro al tesseramento.
3) “la superficiale volgarità della parola “rottamazione””: il termine sarà pure volgare, ma non è affatto superficiale, qualificazione affatto incongrua se la caliamo in un partito e in un Paese bloccati a causa di un tappo gerontocratico. Riporto uno dei miei commenti sul tema in maggioranza pubblicati in calce ad articoli di Federico Orlando, anch’egli severo fustigatore dell’uso del termine:
da magnagrecia inviato il 11/10/2012 alle 1:12
Federico Orlando, che è il più giovane di tutti, è preoccupatissimo per la rottamazione, come l'altro liberale Scalfari. E' solo l'effetto della "cafonaggine della rottamazione"?
Se Renzi avesse sbandierato "l’etica del rinnovamento", non se lo sarebbe filato nessuno (anche perché di rinnovamento di solito parlano già i boss politici) ed ora forse non sarebbe il contendente di Bersani. Un effetto lo ha avuto.
Solo nel PD? Può darsi, ma tra gli effetti della "cafonaggine della rottamazione" vuoi vedere che ci sarà anche quello valanga? Piccola o grande, si vedrà. [*]
[*] Tipologia Valanghe
htt://www.nivoland.net/ItTipoValanghe.htm
http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/137710/il_quinto_no_al_rottamatore

Ps:
Contendibilità
Caratteristica dei mercati privi di significative barriere all'entrata, nei quali la concorrenza potenziale (esercitata da imprenditori che ancora non sono entrati nel mercato ma potrebbero entrarvi in qualunque momento) vincola il comportamento delle imprese in attività. Il caso estremo di perfetta contendibilità si realizza quando all'entrata e all'uscita del mercato non è associato alcun costo. La teoria dei mercati contendibili, rappresenta un tentativo di generalizzazione del tradizionale modello di concorrenza perfetta al caso dei rendimenti crescenti.
http://www.sapere.it/sapere/strumenti/studiafacile/economia-finanza/Microeconomia/Il-monopolio/Approfondimenti.html

da Antonio inviato il 19/10/2012 alle 23:34
Ringrazio "magnagrecia" per aver confermato, con strumenti assai più raffinati dei miei, che il modello culturale di riferimento dell' articolo
de hoc è quello mercatista: la subordinazione funzionale e culturale del partito politico alla logica del mercato.
Mi limito solo a replicare sull'art. 49 Cost. in quanto solo una lettura del tutto superficiale ed euristicamente fuorviante può far coincidere il metodo democratico ivi prescritto alle primarie.
In primis perchè le primarie si basano su un corpo elettorale incerto ed occasionale, laddove la partecipazione ad un partito presuppone una stabilità ed una continuità nel tempo: è questa infatti la differentia specifica tra partito e movimento politico.
Inoltre l'art. 49 va letto in combinato con l'art. 1 Cost. per cui il partito politico come associazione politica stabilmente organizzatoria della partecipazione politica è una delle forme dell' esercizio della sovranità del popolo. E' dunque il partito politico che promuove partecipazione e selezione "formativa" della classe politica - il cosiddetto partito di integrazione di massa - a costituire il riferimento dell' articolo 49 della nostra Carta.
Infine quanto alla gerontocrazia presunta che guiderebbe il partito democratico è una sciocchezza smentita da una celere analisi della composizione della segreteria politica nazionale.
La verità è che la rottamazione ha come unico modello culturale di riferimento una cultura antipartito essenzialmente antidemocratica che risale, almeno al fascismo per una elaborazione compiuta, ma più dietro ancora ad una visione elitaria della politica, una funzione elitaria declinata ancora oggi nella pantomoma del leaderismo.
Cosa c' entra tutto ciò con il PD? Che ci sta a fare questa gente nel Partito Democratico?

da Antonio inviato il 19/10/2012 alle 23:38
Errata corrige: in terz' ultima riga si legga "pantomima del leaderismo".

da gmn inviato il 20/10/2012 alle 0:11
da Antonio inviato il 19/10/2012 alle 14:46 :
...i partiti devono essere rappresentativi!...
.
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per l'appunto Petruccioli lamenta come il partito GD rappresenti essenzialmente il GD

da gmn inviato il 20/10/2012 alle 0:14
da Antonio inviato il 19/10/2012 alle 23:34 :
...La verità è che la rottamazione ha come unico modello culturale di riferimento una cultura antipartito ....
.
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questo lo dici tu, la rottamazione ha, tra gli altri, il riferimento al fisiologico ricambio dei dirigenti, specie se si beccano sberle politiche a ripetizione da anni

da gmn inviato il 20/10/2012 alle 0:17
da Antonio inviato il 19/10/2012 alle 23:34 :
...la partecipazione ad un partito presuppone una stabilità ed una continuità nel tempo: è questa infatti la differenza specifica tra partito e movimento politico....
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e anche questo lo dici tu, quanto belli sono i partiti che persistono pur nel cambiamento! o i partiti in tutto l'occidente sono tutti sbagliati?



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