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5 ottobre 2012

Politica industriale sì ma come?

In vista delle primarie abbiamo chiesto a un gruppo di economisti tra i trenta e i quarant’anni di mettere a confronto la Carta d’intenti di Pier Luigi Bersani, che sarà sottoposta a tutti i candidati delle primarie, e il "programma" di Matteo Renzi. Dopo gli interventi di Filippo Taddei e Alessandro Santoro, pubblichiamo l'articolo di Franco Mosconi. A seguire Emilio Barucci, Marco Leonardi, Tommaso Nannicini, Antonio Nicita e Michele Raitano.

L'economia reale, che è fatta di persone, famiglie e imprese, si è presa una bella rivincita morale dopo gli anni del dominio dei "castelli di carta". La manifattura, in particolare, sta tornando ad avere il posto che merita nell'agenda di policy in tutti i principali paesi dell'Occidente. È visibile, questo mutamento di attitudine, nelle piattaforme programmatiche con le quali Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi si presentano alle primarie del Partito democratico? La risposta è sì: entrambi parlano diffusamente di imprese e crescita, sebbene con toni e accenti diversi, com'è naturale che sia vista la loro storia personale. Il primo è stato un apprezzato ministro dell'industria (poi, attività produttive) nei due governi Prodi, oltre che presidente di una regione – l'Emilia Romagna – che resta uno dei capisaldi delle produzioni made in Italy. Insomma, se è consentito usare una metafora sportiva (e nello sport il rispetto e il fair play sono la regola), Bersani gioca in casa. La domanda, a questo punto, diviene: saprà sfruttare il fattore campo? Se è vero, com'è vero, che l'Italia dopo la Germania è la seconda manifattura d'Europa, ricade su tutta la classe dirigente una responsabilità supplementare, che è quella di coltivare i semi buoni che vi sono nella manifattura italiana, di farli maturare pienamente: dal raccolto trarrà giovamento l'intero paese. E ciò per un insieme di motivi: la manifattura, quando sta al passo con la tecnologia, è un'attività economica con un elevatissimo ritmo di crescita della produttività; è capace di assorbire capitale umano di qualità (ingegneri, in primis); dà luogo a filiere sempre più internazionalizzate, ove un ruolo importante è quello giocato dai servizi alle imprese, anch'essi terreno d'elezione per giovani talenti.
Ora, «Italia, bene comune» – la Carta d'intenti del Pd – affronta questi temi al paragrafo "sviluppo sostenibile", che – si argomenta – «per noi vuol dire valorizzare la carta più importante che possiamo giocare nella globalizzazione, quella del saper fare italiano». Proseguendo con la necessità di «ridare centralità alla produzione», la carta giunge al punto-chiave della «politica industriale», definita «integralmente ecologica». Da qui a un «progetto paese che individui grande aree di investimento, di ricerca, di innovazione verso le quali orientare il sistema delle imprese nell'industria, nell'agricoltura, nei servizi», il passo è breve. Le macroaree identificate (mobilità sostenibile, efficienza energetica, scienze della vita, etc.) sono tutte ad alta intensità di ricerca, e sembrano riecheggiare l'impostazione di Industria 2015, il programma che Bersani impostò al ministero nel 2006-07 e che i successivi ministri del Pdl maldestramente accantonarono. La parte sullo sviluppo sostenibile contiene una seconda linea d'azione, che è quella di «dare più forza e prospettiva alle nostre piccole e medie imprese», sottolineando la necessità delle pmi di «collegarsi fra loro» e di conseguire una maggiore «capitalizzazione».
Sull'economia reale Bersani gioca in casa, dicevamo. Come risponde Renzi, che per la prima volta si affaccia alla ribalta nazionale? Con un bel contropiede, centrando una parte non piccola del suo "Nuovo paradigma per la crescita" (partire dal basso e smantellare le rendite, è l'aggiunta) sull'«accesso al credito», oltre che sul «sostegno del potere d'acquisto degli italiani» – anche mediante nuove liberalizzazioni – di cui altri colleghi già hanno scritto su queste colonne. Sulla vitale questione dell'accesso al credito, l'innovativa proposta è quella di «riallocare su fondi di garanzia del credito almeno 20 miliardi di fondi europei, in modo da garantire almeno 250 miliardi di crediti alle pmi». Dal punto di vista operativo, l'ipotesi è quella di costituire fondi di garanzia del credito in ciascuna regione sulla base di un programma europeo (Jeremie) e di «chiedere alle banche partecipanti di applicare alla propria clientela prezzi "calmierati"». Completano il paradigma un capillare programma di manutenzioni (più che di grandi opere); la banda larga e i network di nuova generazione; la «riapertura» dell'Italia agli investimenti stranieri.
Per concludere, un'annotazione sull'Europa, affrontata in capitoli ad hoc e in maniera ampia da entrambi i programmi. Ebbene, passando dal piano dei principi a quello della prassi di governo c'è un punto «europeo» che ha a che fare con le due questioni qui discusse: primo, il rilancio della manifattura; secondo, la cosiddetta "nuova politica industriale", volta cioè agli investimenti in conoscenza (R&S e capitale umano) e al sostegno all'internazionalizzazione delle imprese, anche se l'espressione "politica industriale" nel programma di Renzi non compare. La riforma del Titolo V della Costituzione ha collocato fra le cosiddette materie di legislazione concorrente, fra le altre, «la ricerca scientifica e tecnologica, e il sostegno all'innovazione per tutti i settori produttivi», nonché il «commercio con l'estero». Il mio personale convincimento è che una sommatoria di politiche regionali non dia necessariamente luogo a una nuova politica industriale da far valere sui tavoli di Bruxelles; quegli stessi tavoli su cui Germania, Francia, Paesi scandinavi, e così via, si presentano con le loro visioni e le loro priorità. Pensiamoci, perché il futuro dell'industria italiana passa anche da qui.

Università di Parma

commenti (1)

da magnagrecia inviato il 5/10/2012 alle 20:23
Bravo, bisogna commissariare le Regioni - e non soltanto per attuare una politica industriale efficiente, ma anche perché con la trasformazione epocale in atto non ce le possiamo proprio più permettere -, come han chiesto, per quelle inefficientissime del Sud, Giorgio Ruffolo e addirittura la SVIMEZ [*], o formalmente, anche modificando il Titolo V della Costituzione, o sostanzialmente, attraverso una accordo cooperativo... spintaneo.

[*] da magnagrecia inviato il 20/9/2012 alle 1:7
REGIONI
Studi vari attestano la correlazione tra la nascita ed il funzionamento delle Regioni e l’esplosione della spesa pubblica italiana. Non è difficile crederci, se basta l’intuito a comprendere che la moltiplicazione per 20 dei centri decisori della spesa in materie importanti e costose porta inevitabilmente con sé sia la crescita dei cosiddetti “costi di struttura” (spese normali di funzionamento delle organizzazioni), sia dei costi “anomali” relativi alle inefficienze, alle malversazioni, all’allogazione non ottimale delle risorse.
Il rapporto SVIMEZ 2010 (la SVIMEZ non è certo tacciabile di antipatie verso il Sud) per risolvere l’annosa questione meridionale ha proposto (ed io, meridionale, sono del tutto d'accordo) uno snellimento e, se occorre, il commissariamento delle inefficienti burocrazie politiche ed amministrative meridionali: “Si tratta di tornare a una visione unitaria della "questione meridionale". A un piano del Mezzogiorno e ad una Agenzia che diriga e gestisca progetti strategici: acque, rifiuti, difesa del suolo, infrastrutture strategiche. Una riedizione aggiornata della Cassa del Mezzogiorno “posta sotto il controllo di un Consiglio con i rappresentanti del Governo (Ambiente e Infrastrutture) e delle otto Regioni. Si ricostituirebbe così uno spazio di programmazione unitario del Mezzogiorno, una "macroregione".
Rapporto SVIMEZ 2010 - Sintesi
http://web.mclink.it/MN8456/rapporto/rapporto_materiali/2010/2010_sintesi_rapporto.pdf
Qui un’analisi davvero interessante ed approfondita, fatta dalla Banca d’Italia:
Banca d'Italia - Mezzogiorno e politiche regionali *
CAPITALE PUBBLICO E COMPETITIVITÀ (pagg. 223 e segg.)
http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/seminari_convegni/mezzogiorno/2_volume_mezzogiorno.pdf



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