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5 giugno 2012

Un patto per l’Europa o si torna a Weimar

Il politologo Vallespín: Merkel ceda, in Spagna l’austerità non basta
immagine documento «La crisi sta uccidendo l’idea di Europa. Bisogna uscire da questa dinamica che, come a Weimar, crea solo nazionalismo populista che si nutre di paura e mancanza di futuro». Non c’è ottimismo nelle parole di Fernando Vallespín, classe 1954, presidente del Cis – il Censis spagnolo– dal 2004 al 2008, oggi direttore dell’Istituto di ricerca Ortega y Gasset di Madrid. Il cattedratico di scienze politiche dell’Università di Madrid, e visiting professor a Harvard, Heidelberg e Francoforte, spiega ai lettori di Europa perché questa crisi rischia di travolgere la democrazia europea. Partendo dalle caratteristiche spagnole della crisi. «La nostra assomiglia più alla crisi irlandese che a quelle greca o italiana perché l’esplosione della bolla immobiliare ha influito direttamente su banche e casse di risparmio. Il problema non è il debito pubblico ma quello privato. Alla fine però quelli delle banche sono debiti di tutti e questo ci colloca in una situazione simile per quanto riguarda l’accesso alle risorse. Poi è esplosa una disoccupazione strutturale: solo nel primo anno di crisi l’immobiliare ha perduto un milione di posti di lavoro. Un settore tanto importante in Spagna perché l’industria è debole, il mattone crea indotto ed è indispensabile per arrivare alla piena occupazione, e la sua caduta fa mancare le risorse per reinventarsi».
Come sta la Spagna oggi?
I giovani con una formazione qualificata lasciano il paese, si sente che ci vorranno anni prima di migliorare. E c’è un grave problema psicologico. Ci siamo arricchiti rapidamente, in modo caotico: ora la crisi genera depressione, non disperazione alla greca ma l’idea che qualsiasi cosa si faccia è inutile. Un’impotenza le cui conseguenze sono imprevedibili sul piano sociale. Le istituzioni perdono legittimità. Mentre il paese sprofonda nella crisi, il re va a caccia di elefanti, continuano gli scandali di corruzione nelle comunità autonome, scopriamo che le grandi istituzioni dello stato sono preda alla “lottizzazione” (in italiano, ndr), che i membri del Tribunale costituzionale o del Csm rispondono agli interessi di chi li ha nominati. È la crisi morale della Spagna che sta dietro a quella economica. Poi stiamo tagliando diritti che creano coesione, le politiche sussidiarie riducono la presenza dello stato: il sistema sanitario godeva di un enorme popolarità in Spagna, ci univa, e ora di colpo si riducono le prestazioni. Ed è inutile.
Ci spieghi meglio.
Quanto si è fatto finora non riduce il debito. La Catalogna sta tagliando da tempo, ma dopo interventi impietosi ha ridotto il debito di un misero un per cento. Il governo vara misure d’austerità a ogni consiglio dei ministri del venerdì e il lunedì quanto fatto non serve a niente. È come l’aquila che ogni giorno rimangia il fegato di Prometeo. Il problema non è la Grecia né le misure dei governi ma che i mercati non credono nell’euro e la Germania non lancia messaggi sufficienti di appoggio. È come quella sfida con le auto: vediamo chi frena ultimo prima del precipizio. La Germania corre, dice che non si fa nulla finché non si disciplinano le economie del sud, e quando deciderà di frenare forse sarà tardi e finiremo tutti nel precipizio, lei compresa. È importante che l’Europa chiarisca cosa vuole fare: creare due euro, un’Unione a due velocità se necessario, ma è fondamentale che si abbia la sensazione di tornare padroni del proprio destino.
Alla Spagna viene chiesta maggior coesione nazionale nell’affrontare la crisi...
In parlamento ci sono una maggioranza assoluta e l’opposizione di Psoe, nazionalisti catalani e baschi. Ci sono politiche strutturali su cui il Psoe può patteggiare. Politicamente il premier Rajoy potrebbe avere la stessa capacità di azione di Monti, il suo governo apparentemente politico è in realtà tecnico, ed è più legittimato democraticamente. Ma a che serve se i mercati non credono all’euro? La linea dovrebbe essere nella direzione degli eurobond, dire che tutti si fanno responsabili del debito degli altri. Altrimenti non si uscirà dalla crisi e chissà se l’euro sopravvivrà. Possiamo fare tutti i “patti di stato”, tutti i tagli, ma è lo stesso. Rajoy l’ha capito e ha iniziato a lanciare messaggi in questa direzione: «Abbiamo già fatto tutto quel che potevamo, ora per favore appoggiate la moneta unica».
Come?
Si esce dalla crisi solo con più Europa, con un Tesoro e una politica fiscale condivisi. Ma siamo riusciti a mettere i cittadini contro l’Europa e l’unica via per uscire dalla crisi è impossibile perché la crisi ha falcidiato l’appoggio popolare. I tedeschi non votano chi va in questa direzione: lo vediamo con l’Spd, che su molti punti è d’accordo con Merkel. Guardando alla Grecia penso alla Repubblica di Weimar, che crollò per il Trattato di Versailles e il pagamento delle compensazioni belliche. Lavoriamo per altri, per pagare gli interessi dei cosiddetti mercati, siamo soggetti a una dinamica molto simile e pericolosa perché sta creando un nazionalismo populista che vive dell’assenza di futuro e di speranza. Dalla crisi l’Europa esce solo unita e muovendo la macchina del denaro. Il che non contraddice misure di controllo della spesa pubblica e razionalizzazione.
Non è quindi una questione di misure e di tagli?
Il problema di fondo è l’alienazione dei cittadini verso il progetto europeo. L’Ue si basò sull’idea che si cedeva sovranità ma che l’avremmo recuperata a un livello più alto.
Invece ora siamo a quella che in America latina negli anni ’60 si chiamava la teoria della dipendenza, allora rispetto agli Usa, ora alla Germania. L’Ue si legittima solo col mutuo rispetto e la co-decisione. L’idea di Europa che avevamo è tanto rotta che è difficile salvarla. Non servono decisioni tecnocratiche ma politiche, che contino sull’appoggio popolare. Se quello che facciamo è alienare i cittadini dall’idea europea, siamo destinati al fallimento.
Finché i grandi paesi saranno soggetti a idee che obbligano i politici a non prendere decisioni razionali perché impopolari, se non riescono a far capire che se affondano Spagna e Italia affondiamo tutti, che se cade l’euro le esportazioni crollano, ma funziona lo schema della mentalità protestante per cui il peccatore deve pagare la sua colpa, non se ne esce. Il peccatore sarà morto prima di pagare colpa e debito. Forse solo quando saremo sul bordo del precipizio tenteremo di reagire. Probabilmente sarà tardi.

commenti (3)

da leprechaun inviato il 5/6/2012 alle 1:27
Vallespín sogna ad occhi aperti: un tesoro e una politica comune fiscale (forse intende dire di bilancio? O fiscale? Mah?!) presuppongono delle istituzioni rappresentative, un governo europeo, poteri e contropoteri, elezioni europee, trasparenza e controlli. Ha una minima idea di cosa questo comporti? Non si venga a dire che esiste il Parlamento europeo e la commissione, perché il primo non conta nulla, e la seconda è nominata dall'imperatore e a lui risponde.
Tutto questo poi dovrebbe essere approvato, dopo adeguata discussione, dai cittadini europei. Una discussione a 27 lingue.
Ci vogliono duecento anni, e senza garanzia di risultato. Oppure è il solito pateracchio fascista come la BCE e il MES, ed è questo che significa oggi dire "più €uropa".
Serve al contrario, meno €uropa e più democrazia, perché i due termini sono antitetici. Esattamente come - e per gli stessi motivi - lo sono "mercati" e democrazia. Perché questa €uropa sembra proprio fatta apposta per essere una prateria per le scorribande delle Banche europee (i famosi "mercati").
Che queste poi, nella loro incoscienza selvaggia, si facciano male, non evita, anzi incentiva, che cerchino disperatamente di rifarsi sulle risorse pubbliche.
Bene comunque che si ripeta che la crisi europea non è una crisi dei debiti sovrani, ma dei debiti privati, bancari.
Guarda un po', esattamente come quella dei subprime. Chi è che diceva che il "modello europeo" era una "cosa diversa"?

da magnagrecia inviato il 5/6/2012 alle 15:15
La crisi avvicina psicologicamente la Spagna all’Italia? [1]
Il commento di "leprechaun", al di là della giustezza delle sue tesi, è quello di un pessimista cosmico cui piace soprattutto dire “L’avevo detto, io; l’avevo detto, io”). E che non "capisce" che il problema principale – in effetti un grosso problema – è che in Germania ora c’è la “bottegaia” Merkel, e non uno statista come Kohl. E', come sempre, soprattutto un problema di qualità degli uomini.

[1] “La mitridatizzazione televisiva”
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2742044.html

da Gastone Losio inviato il 5/6/2012 alle 20:1
"Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani."
Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, Manifesto di Ventotene, 08/1941
___
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