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20 luglio 2010

Pd, americani contro tedeschi

La proposta di un governo di transizione riapre fra i dem il dibattito sul modello elettorale.
La premessa che tutti o quasi fanno, nel Pd, quando si inizia a parlare di un governo di larghe intese è che non credono che si tratti di uno scenario effettivamente realizzabile, almeno a breve termine. Lo dice Bersani per primo, lo crede con ancora più convinzione gran parte della minoranza interna. Dario Franceschini affermò immediatamente di condividere il contenuto dell’intervista a Massimo D’Alema, che portò il tema al centro del dibattito politico. A una condizione, però: qualsiasi via d’uscita dal berlusconismo deve salvaguardare il bipolarismo. Sì dunque a una soluzione transitoria, a termine, inevitabilmente con la partecipazione della Lega e di almeno un pezzo del Pdl, ma no al protagonismo anche nella nuova fase dell’attuale premier (e preferibilmente nemmeno dei suoi ministri, Tremonti in primis) e no a una legge elettorale che metta in discussione l’attuale assetto.
Se il governissimo dovesse comprendere anche un’intesa su una legge elettorale proporzionale sul modello di quella tedesca, insomma, Area democratica si metterebbe di traverso. È uno stop alle parole di D’Alema, ma anche a chi, dentro il partito, punta a rinvigorire il fronte proporzionalista. Il quale potrebbe comunque trovare orecchie attente anche all’interno della stessa minoranza dem, soprattutto nella componente ex popolare.
Tra le forze pronte a dar vita a un esecutivo d’emergenza, in effetti, quelle convinte della necessità di correggere in senso proporzionale la legge elettorale sembrano essere prevalenti. «Il ruolo di Casini sarà determinante», ammette un deputato di Ad. «Se il capo dello stato riterrà opportuno spingere in direzione di un governo di stabilizzazione, come faremo a dirgli di no?», ribadisce un altro.
Ad arricchire lo schieramento di chi spinge in direzione opposta, verso una disgregazione del sistema bipolare, saranno i promotori del manifesto Verso nord, che sarà presentato venerdì a Mogliano Veneto. Tra questi ci sono Massimo Cacciari, Achille Variati e Maurizio Fistarol e, sull’altra sponda, Franco Miracco, portavoce del ministro Galan. E ieri anche Francesco Rutelli, in occasione della presentazione della festa nazionale di ApI (dal 2 al 5 settembre a Labro), notava che «la nostra linea rivolta a rompere lo schema bipolare e creare un nuovo polo politico, che sembrava futuribile, è invece diventata attuale in tempi rapidissimi ».
Non c’è da sorprendersi, quindi, se il campanello d’allarme abbia iniziato a squillare tra le componenti più bipolariste del Pd, nella minoranza e non solo. «Il nostro compito non è prefigurare scenari futuri – avverte il veltroniano Walter Verini – ma accelerare la crisi del berlusconismo, unendo tutte le forze d’opposizione. Sulla via d’uscita dalla crisi della maggioranza, Pd, Udc e Idv hanno tre posizioni diverse: cerchiamo di concentrarci su una battaglia politica comune e puntiamo a rafforzare il bipolarismo».
A provare a dare un contributo in questa direzione sarà oggi il convegno organizzato dai Democratici in rete di Goffredo Bettini, al quale parteciperanno Pierluigi Castagnetti, Fausto Bertinotti e Leoluca Orlando. Obiettivo esplicito è quello di recuperare lo spirito iniziale del Pd come contenitore unico dei riformisti, basato sul ruolo attivo degli elettori e sulla contendibilità della leadership, in contrapposizione al populismo della destra. Un partito “all’americana”, coerente più con un sistema bipartitico che con lo smembramento del bipolarismo che alcuni sembrano giudicare ineluttabile in questa fase.

commenti (1)

da Giuseppe Castagnetti inviato il 20/7/2010 alle 13:36

c.v.d.: il riproporsi della discussione sul modello di sistema elettorale, dopo neanche due mesi che è stata fatta una scelta ufficiale e a maggioranza, è la dimostrazione di tante cose:
1) contrariamente al bon mot (amato dagli scribacchini) secondo cui in politica un mese equivale a un'eternità, il continuo mettere in discussione le scelte prese a maggioranza non è un segno di flessibilità e capacità tattica, ma di carenza di scelta strategica e, in fondo, di visione generale coerente e condivisa: cioè manca la ragione di esistere come partito!
2) la scelta del modello elettorale è fondamentale, ma la sua discussione ad infinitum è pane solo per gli adetti ai lavori, per i membri della ristretta cerchia di italiani che vivono di politica e credono che la chiacchera infinita sia un servizio al loro elettorato di riferimento, mentre è solo un modo di giustificare la propria inutile esistenza autoreferenziale!
3) la rimessa in discussione di scelte appena prese è un segno del profondo disprezzo per gli elettori e membri del partito (tipico del vecchio PCI, quando dall'alto si comunicava il cambiamento di linea, certo mediato dalle liturgiche, ma ipocrite discussioni in sezione). Non si fa battaglia per coinvolgere, convincere e trascinare l'elettorato su scelte precise e concrete, che una volta prese sono vincolanti per tutti. Si preferisce la retorica generalistica e allusiva degli slogan, delle frasi ad effetto, che lascia spazio per ogni sorta di manipolazione e di interpretazione: si può con la stessa frase dire tutto e il suo contrario. Agli elettori e membri del partito si chiede un atto di fede e di schieramento preventivo con la propria parte, con la propria fazione o corrente, indipendentemente dalle cose che si vuole concretamente fare.
4) la discussione sul modello elettorale è l'unica vera e inconcludente discussione all'interno del ceto dei politicanti! Pochi saggi chiedono in continuazione: discutiamo di scelte concrete (per es.: quale politica fiscale nei confronti delle piccole e medie imprese, quale politica energetica, quale politica nei confronti dei piccoli e grandi agricoltori), ma di queste cose non si appassiona nessuno. Anche su Europa si scrivono un giorno sì e l'altro pure articoli contro il "giustizialismo" invocando altre scelte, ma in realtà (Merlo docet) si cerca soltanto di combattere e deligittimare una scelta per la legalità come base del vivere civile e non si propone nient'altro, se non la cabala dei giochi di schieramento.

potrei continuare, ma so che non serve: il mio pessimismo mi dice che tanto in Italia le cose sono sempre andate così e andranno sempre così



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