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10 luglio 2010

Chi toglie soldi al sud

Con l’ennesimo annuncio da parte del ministro Raffaele Fitto dell’arrivo di un piano per il sud (è almeno la quarta volta in meno di due anni) si conferma la più grande sottrazione di risorse mai operata nella storia dello stato unitario ai danni del meridione.
Per potenziare e moltiplicare l’effetto- impatto dei fondi strutturali europei (i 44 miliardi richiamati da Giulio Tremonti) il governo Prodi e l’allora ministro per lo sviluppo economico, Pierluigi Bersani, pensarono di utilizzare i finanziamenti statali per il sud in sinergia con la programmazione Ue prevista per il 2007-2013.
Nella Finanziaria 2007 i fondi per le aree sottoutilizzate (Fas) furono quindi dotati di 54,7 miliardi da impiegare nel settennato insieme ai fondi Ue. Oggi il ministro Fitto, davanti alla paralisi del sistema di finanziamento dei progetti di sviluppo nel meridione e per coprire nuove sforbiciate della spesa corrente, quantifica le risorse Fas in 26-29 miliardi. Mancano all’appello dai 25 ai 28 miliardi. Sono stati utilizzati come un bancomat per finanziare l’abolizione dell’Ici per le dimore di lusso, il pagamento delle multe alla Ue per il mancato rispetto di alcune stalle delle quote-latte, il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, il finanziamento del fondo infrastrutture (escluse le prime opere per il ponte sullo Stretto tutto destinato a nord) e dei buchi gestionali di Tirrenia e Ferrovie, il famigerato G8 in Sardegna, il terremoto in Abruzzo, l’aeroporto Dal Molin, fino al ripianamento dei bilanci di alcune amministrazioni amiche, come il comune di Roma e di Catania. A marzo dell’anno scorso erano già stati ‘distratti’, secondo una delibera Cipe, 21,6 miliardi.
Attualmente la sottrazione ammonterebbe secondo il Cnel proprio a 28 miliardi. Nel frattempo la minaccia della costituzione di un partito del sud ha costretto il governo a sbloccare, ma solo per la Sicilia, la quota di Fas spettante (5-6 miliardi). Il ministro dell’economia tenta di dare una giustificazione da ‘buon padre di famiglia’ alla politica del governo: i tagli al Fas sono stati sacrosanti perché i cialtroni del mezzogiorno non sanno spendere, per evidente incapacità programmatoria, le risorse ad essi affidate. E ne vogliono pure altre.
Ma è proprio così? Utilizzare i fondi provenienti da Bruxelles non è mai stato semplice e i primi anni di programmazione hanno registrato sempre lunghi periodi di messa a punto. Il periodo di utilizzo dei fondi per la precedente programmazione 2000-2006 si è concluso nel 2009, compresa una proroga ‘anticrisi’ di sei mesi concessa dalla Ue a tutti i paesi membri. Al 31 dicembre 2009 la spesa effettuata in interventi comunitari nel mezzogiorno è risultata pari al 104,6% degli stanziamenti iniziali, cioè a 48,01 miliardi, e gli impegni di spesa hanno toccato il 124%. Il valore della spesa effettuata ha superato il contributo delle risorse disponibili.
Al 31 dicembre 2002 lo stato di avanzamento del Fesr – il fondo europeo per lo sviluppo regionale destinato a imprese e infrastrutture nei settori della ricerca, innovazione, energia, telecomunicazioni e trasporti – che riguardava allora tutto il mezzogiorno era al 38,8% di fondi impegnati e al 12,2% dei pagamenti rispetto alla dotazione totale. Con la nuova programmazione 2007-2013, nella quale non sono più comprese Abruzzo, Molise e Sardegna, la capacità progettuale e di spesa degli stessi enti locali sembra essersi rallentata. Al febbraio 2010 gli stanziamenti Fesr impegnati erano fermi al 14,55% e i pagamenti al 6,20%.
Molti sono stati i fattori che hanno ritardato e reso ancora più problematico l’avvio del nuovo Quadro strategico nazionale. Un ritardo che riguarda tutte le regioni e anche le amministrazioni centrali. In primo luogo le novità introdotte per correggere gli errori del passato, come l’introduzione della governance multilivello per armonizzare, evitando sovrapposizioni, gli interventi dei governi centrali e locali; il debutto dei programmi interregionali che, anche in questo caso come nel precedente, hanno richiesto tempo per far “convergere’’ e dialogare le numerose amministrazioni regionali e centrali coinvolte; la messa a punto del sistema di gestione e controllo, richiesto dalla normativa comunitaria, licenziata dall’Ue solo recentemente e non ultimo il blocco e il disimpegno del 50% dei fondi Fas che avrebbero accelerato notevolmente il varo delle opere.
Come si vede, non è la quantità, progettuale e di spesa, che è mancata ma la qualità degli interventi, che non hanno fatto fare significativi passi in avanti per raggiungere gli obiettivi fissati dalla Ue nel meridione.
È vero. Le regioni del sud hanno molte inefficienze, i fondi spesso si perdono in mille rivoli più per ottenere consenso che risultati apprezzabili nella realizzazione di grandi progetti e in questo le appartenenze politiche, ma anche geografiche tra nord e sud, spesso non aiutano a individuare automaticamente i meno virtuosi. Per questo abbiamo ripetutamente chiesto al governo la costituzione di una cabina di regia europea, nazionale e regionale e regole che facciano confluire le risorse della finanza aggiuntiva solo su grandi progetti strategici. In poche parole, chiediamo una politica economica per il mezzogiorno e non contro il mezzogiorno, che non si riduca a tagli e ristrutturazioni di spesa. Per ora nessuna risposta.
Nella superficiale e offensiva analisi di Tremonti si intravede solo il disegno di un federalismo secessionista, privo di solidarietà, e l’assenza di una visione dei possibili sentieri di crescita del paese, che passano tutti per le potenzialità di sviluppo del meridione.

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