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Editoriale della Direzione
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22 giugno 2010

Compagni, con chi ce l’avete?

La polemica aperta dall’intervento di Fabrizio Gifuni alla manifestazione del Pd rischia di degenerare e, cosa più grave, di risultare incomprensibile, assurda, fuori tempo e fuori luogo. Invece c’è una questione seria in ballo, un grumo di incomprensione e perfino di astio che non si scioglie facendo spallucce o liquidando tutto come l’ennesimo harakiri democratico.
La questione non dev’essere nell’uso della parola compagno in sé. Chi scrive l’ha usata, la usa, la userà sempre per salutare chi riconosce affine in un percorso di vita. Ma non è successo questo sabato. Non è successo solo che Gifuni, durante un bell’intervento, abbia salutato qualcuno come compagno, come prima di lui tanti altri in molti momenti della vita del Pd. È accaduto invece che Gifuni (uomo avveduto, non un passante) abbia voluto rimarcare l’uso della parola come atto liberatorio. E che la platea, cogliendo questo significato e questa volontà, abbia reagito con un’ovazione che era a sua volta una rivendicazione.
Perché, contro chi? Chi è che ha sottratto alla gente di sinistra le sue parole e i suoi riti? Escludiamo Berlusconi: fosse per lui, più la sinistra suona comunista meglio è. Si potrebbe rispondere: la storia. E in effetti, fin dalla Bolognina, essere di sinistra è sembrato spesso un andare contro la storia. Ma al di sotto di questa dimensione, con chi ce l’avevano quelli del Palaeur?
La paura è che ce l’avessero col Pd. Cioè col destino che, a partire da sconfitte epocali, li ha obbligati a cedimenti politici e simbolici progressivi, infine formalizzati in una sigla e in un partito, e impersonificati da militanti e dirigenti di origine diversa, o di nessuna origine. Inutile girarci intorno, per tanti così è ancora vissuto il Pd: come una condizione obbligata.
Durante le primarie Bersani un po’ ha giocato su questo sentimento: sapeva di poterlo intercettare e sperava di poterlo governare da autentico segretario di un autentico Pd. Ora però il gioco rischia di sfuggirgli: capita spesso, a maneggiare il simbolico. A questo punto o Bersani dà coerenza di linea politica alla domanda di rassicurazione simbolica, oppure la sfida a un cambiamento più consapevole. Trattare il tema con noncuranza sarebbe superficiale e pericoloso.

commenti (1)

da magnagrecia inviato il 22/6/2010 alle 17:14
D'accordo, la questione è seria, e ripropone ed amplifica il problema posto dalla lettera dei cinque giovani dirigenti “nativi” del PD, pubblicata ieri da L'Unità «Caro Bersani basta con la parola 'compagno'...», col corredo di commenti dei lettori, poiché svela i sentimenti "di pancia" degli iscritti di un partito composito come il PD, sentimenti che è opportuno portare alla luce del sole e dibattere. Ma una parte dell'interpretazione è forse errata. Vale per me, ma credo valga anche per tantissimi altri che votavano PCI-PDS-DS, ed è un po' ipocrita far finta di non saperlo: ai comunisti (di vario genere, anche a quelli che come me votavano PCI in mancanza di meglio a sinistra, ad esempio un P.S. di stampo europeo) – l'ha scritto Eugenio Scalfari – non sarà mai sufficiente alcuna abiura o innovazione riformistica per essere accettati; ad essi si chiede semplicemente di scomparire, senza se e senza ma. E' questo che è inaccettabile e - come un tremendo, immane, ingiusto senso di colpa - lo rende insopportabile. Reso tale ancor di più da un sentimento - in buona parte ingiustificato, ma che purtuttavia trae origine dalla storia dei comunisti italiani - di superiorità morale.
Come sempre per i problemi seri, solo affrontandoli con intelligenza e sincerità si riesce a depotenziarne o perfino annullarne la carica distruttiva e autodistruttiva.



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