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20 ottobre 2009

La parabola di Tremonti, da avanguardista a nostalgico

«Non credo che la mobilità sia di per sé un valore. Per una struttura sociale come la nostra, il posto fisso è la base su cui costruire una famiglia. La stabilità del lavoro è alla base della stabilità sociale». No, non è la solita dichiarazione comunista di Paolo Ferrero o Oliviero Diliberto. Né il consumato refrain recitato da Guglielmo Epifani. A parlare invece è Giulio Tremonti.
La sortita socialdemocratica del ministro dell’economia non è una voce dal sen fuggita né una captatio benevolentiae nei confronti dei precari bensì l’ultima tappa di un’evoluzione politica che ormai fa del politico di Sondrio la voce più autorevole di tutti i “nostalgici” d’Italia. Il desiderio di un ritorno all’economia del posto fisso, infatti, arriva dopo un’intensa attività revisionista. Da quando è tornato al governo, Tremonti ha duramente criticato le privatizzazioni delle aziende statali, ha riabilitato la stagione delle banche d’interesse nazionale, ha stigmatizzato la supremazia della tecnofinanza versus l’economia manifatturiera, ha messo all’indice quegli enti locali che si sono imbottiti di derivati, ha lodato il ruolo assunto da Bruxelles di guardiano dei conti pubblici degli stati membri, ha ricordato la nobile funzione dello stato come collettore degli egoismi dei singoli.
Se a tutto ciò si aggiunge la sua concezione sociale (tutt’altro che nuova), riassumibile nella massima «Dio, patria e famiglia», ecco che il ritratto è fatto. Oggi Giulio Tremonti è il campione dei passatisti. Uno che propone di uscire dalla paura della crisi e della globalizzazione fuori controllo con la speranza di un ritorno al piccolo mondo antico, all’Italia del posto fisso e dello stato padrone degli anni settanta e ottanta. Un vero conservatore, Tremonti, che sempre più si contrappone alla destra moderna e sarkozyana dell’altro delfino di Berlusconi, Gianfranco Fini. Vere convinzioni o semplice calcolo politico quello del titolare dell’Economia? Certo è che la trasformazione degli ultimi anni è stata a dir poco stevensoniana.
Tremonti è quello che ha sempre difeso, assieme al collega Maroni, la legge Biagi dagli attacchi della sinistra radicale; è quello che ha teorizzato la necessità dello stato minimo; è quello che s’è vantato di aver centrato il record europeo delle privatizzazioni quando era ministro; è quello che in Italia ha sdoganato la finanza creativa, introducendo la pratica di swap, cartolarizzazioni e diavolerie del genere; è quello che ha sempre attaccato i burocrati di Bruxelles e le catene dei parametri di Maastricht. Ma erano altri tempi.
Quando Tremonti era uno fuori dal sistema e osava da avanguardista.

commenti (1)

da magnagrecia inviato il 20/10/2009 alle 14:53
Non sono Niccolò Paganini, quindi mi ripeto.
Provo a valutare il ministro Tremonti secondo una duplice chiave interpretativa: tecnica e psicologica.
Dal punto di vista tecnico, Tremonti pare proprio un esempio concreto e lampante della validità del principio di Peter: nel caso di specie, un laureato in Giurisprudenza, bravo tributarista, che, (ri)promosso al grado di Ministro dell'Economia, ha raggiunto patentemente il suo livello d'incompetenza.
A fortiori dal punto di vista psicologico: sleale ed opportunista, assolutamente incline al disprezzo dei concorrenti-avversari, incapace di addossarsi colpe, insofferente alle critiche ed ai giudizi, e quindi con una evidente idiosincrasia ai controlli; costretto, da un lato, dai sensi di colpa - in coerenza speculare col modello della negazione freudiana, tipica del suo capo S.B. (“Io ’non’ sono sceso in politica per difendere i miei interessi”) - a dichiararsi amico del Sud ("Ho zie calabresi", dichiarò in tv), nel momento in cui congela o storna (anche per captare la benevolenza dell'alleato-protettore Bossi) i fondi strutturali ad esso destinati; dall'altro lato, da una pulsione bulimica (potente quasi come quella del suo Capo S.B.) - che nel caso di Tremonti è forse riconducibile al c.d. istinto di proprietà ... che caratterizza i bambini fino a 5 anni di età - ad interpretare, come il suo Capo, più parti in commedia, anche opposte: una onirica ed una reale, come in questa sua ultima uscita del ‘posto fisso’; a fagocitare poteri e competenze, che poi è incapace di gestire adeguatamente, il che lo porta inevitabilmente, ove si tratti di perseguire un disegno strategico e coerente di rigore economico-finanziario e di sviluppo, all’inazione; ed invece a una sorta di iperattivismo corrivo - a lui molto congeniale – rispetto a prassi di ceti, gruppi sociali e categorie alieni dall’osservanza delle regole.
Speriamo di evitare che al "matto" S.B. possa eventualmente subentrare un altro "matto" (beninteso: "Sarà pazzia, ma non manca di logica", Amleto), fors'ancora più incompetente e dannoso.



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